Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali
L’inaspettato balzo dell’inflazione innescato dalla crisi geopolitica e l’altrettanto inatteso perdurare del carovita stanno spingendo i gruppi assicurativi a rimodulare l’offerta. In particolare, da qualche tempo le compagnie stanno rispolverando i prodotti a capitale garantito. Per le polizze Vita rivalutabili di ramo I, contratti legati alle gestioni separate con in pancia soprattutto bond governativi, il 2022 è stato un anno di svolta. Il rialzo dei tassi le ha risvegliate dopo anni di costo del denaro rasoterra e borse positive che avevano favorito prodotti più legati all’andamento delle azioni come le polizze unit linked (il cosiddetto ramo III, con fondi sottostanti) o la versione multi-ramo (combinazione tra ramo III e ramo I). La repentina inversione di tendenza del costo del denaro quest’anno ha dato una scossa alle gestioni separate sul fronte sia della nuova produzione sia dei rendimenti, tanto che iniziano a rivedersi i tassi minimi garantiti.
Piovono opa a Piazza Affari, 25 da inizio anno di cui tre concentrate nei primi giorni di dicembre. Ad accelerare le operazioni, la debolezza dei listini mondiali (il Ftse Mib ha perso il 10% da inizio anno) a causa della guerra in Ucraina, del rialzo dei tassi e dell’iperinflazione. Resta il fatto che il rapporto prezzo/utile atteso al 2023 delle 40 società che compongono il Ftse Mib, per esempio, è di sole sette volte, valore che invoglia soprattutto i grandi fondi d’investimento ad approntare operazioni mordi e fuggi per impossessarsi a buon prezzo di aziende da delistare, rilanciare e infine rivendere a valori ben più consoni. Il risultato è che il 2022 si porterà via dal listino milanese almeno 33 miliardi di capitalizzazione relativa alle società oggetto d’offerta pubblica e conseguente delisting.
L’accentuata fase di turbolenza finanziaria e la difficile congiuntura economica rappresentano variabili da gestire anche nel settore assicurativo-previdenziale. Gianfabio Riccardi, responsabile investimenti di Axa Italia, spiega come si stanno evolvendo la gestione Vita e quella previdenziale.
Nell’agenda degli adempimenti da porre in essere entro fine anno è opportuno ricordarsi, nel caso in cui si sia aderito a una forma pensionistica complementare, che vanno comunicati a essa entro la data del 31 dicembre gli eventuali versamenti in relazione ai quali non si sia usufruito della deduzione nel 2021. La normativa prevede che in questo modo la corrispondente quota della prestazione finale, al 100% sotto forma di rendita o in alternativa 50% capitale e 50% rendita, sarà esente da tassazione al momento del pensionamento.
Non c’è soltanto il bonus a fine anno. Dall’asilo per i figli agli incentivi economici contro il caro bollette fino al maggiordomo aziendale: quanti benefit ricchi o innovativi assegnati ai dipendenti | Più utili per le aziende attente al welfare
- SiCresce Dinamico conta su un mix bilanciato
La polizza di Assimoco Vita ha pochi fronzoli e si affida al consueto connubio tra gestione separata e fondi interni
- MultiValore si affida a quattro profili
La polizza di Sara Vita si appoggia ad un mix di gestione separata e fondi interni, con poche opzionalità
Buone notizie per chi andrà in pensione l’anno prossimo. Avrà diritto a una pensione più alta rispetto a chi ci è andato o ci andrà entro fine anno. Un esempio. Lavoratore con 67 anni e 400 mila euro di contributi: se è andato a riposo o andrà nel 2021/2022 ha diritto a una pensione di 22.300 euro; di 22.892 euro, cioè con circa 50 euro in più al mese, se lo farà nel 2023/2024.
- Speranza di vita in frenata Assegni di pensione più alti
I coefficienti di trasformazione del montante contributivo applicati nel 2023-24 saranno più favorevoli di quelli del 2021-22. Ciò significa che, a parità di età e di contributi accumulati, chi andrà in pensione nel prossimo biennio avrà un assegno mensile leggermente più alto di chi vi accede entro quest’anno. I coefficienti servono per determinare la quota contributiva della pensione che, in linea generale, riguarda gli anni dal 2012 in poi per chi può vantare almeno 18 anni di contributi versati al 1995, mentre per chi ha iniziato a versare i contributi dal 1996 o aveva meno 18 anni di contributi al 1995 la quota contributiva parte dal 1996. Questi valori, dal 2019, vengono aggiornati ogni biennio in relazione, fondamentalmente, alla variazione della speranza di vita dei cittadini sessantacinquenni, come rilevata dall’Istat.
- Speranza di vita in frenata Assegni di pensione più alti
I coefficienti di trasformazione del montante contributivo applicati nel 2023-24 saranno più favorevoli di quelli del 2021-22. Ciò significa che, a parità di età e di contributi accumulati, chi andrà in pensione nel prossimo biennio avrà un assegno mensile leggermente più alto di chi vi accede entro quest’anno. I coefficienti servono per determinare la quota contributiva della pensione che, in linea generale, riguarda gli anni dal 2012 in poi per chi può vantare almeno 18 anni di contributi versati al 1995, mentre per chi ha iniziato a versare i contributi dal 1996 o aveva meno 18 anni di contributi al 1995 la quota contributiva parte dal 1996. Questi valori, dal 2019, vengono aggiornati ogni biennio in relazione, fondamentalmente, alla variazione della speranza di vita dei cittadini sessantacinquenni, come rilevata dall’Istat.
- Un fisco ancora più pesante per pensionati e lavoratori dipendenti
Dentro una manovra finanziaria di galleggiamento, molto attenta a non deragliare dai binari contabili, ci sono scelte di campo che finiscono per diventarne il “marchio di fabbrica”. Da più parti è stata posta l’attenzione su ciò che la manovra fa – o forse si dovrebbe dire “non fa” – per il ceto medio, categoria non facilissima da individuare, specie in un Paese come il nostro a elevato sommerso ed evasione nel quale, per citare una delle anomalie, 5 milioni di cittadini con reddito superiore a 35mila euro di reddito versano il 60% dell’Irpef totale ma rappresentano solo il 13% dei contribuenti (rapporto 2022 di Itinerari previdenziali). Un’area che si caratterizza per un tenore di vita medio e anche medio-alto (non in assoluto, né in senso statistico, visto che il reddito medio derivante dalle dichiarazioni fiscali si aggira intorno a 21mila e 500 euro…), che raccoglie principalmente la parte più abbiente del lavoro dipendente e le fasce reddituali più elevate dei pensionati, con un’incidenza piuttosto residuale delle altre categorie di reddito (anche come effetto del regime forfettario).
- Welfare. Benefit e polizze ancora poco conosciuti e usati dalle Pmi italiane
Avere un buon piano di welfare aziendale fa bene anche ai conti delle società. È quanto emerge dal rapporto Welfare Index Pmi 2022 sullo stato del welfare nelle piccole e medie imprese italiane, giunto alla settima edizione. L’iniziativa, promossa da Generali Italia a cui hanno aderito circa 6.500 Pmi, si basa su un modello di analisi organizzato in dieci aree: dalla previdenza e protezione alla salute e assistenza, alla conciliazione famiglia lavoro, inclusione, sicurezza sul lavoro fino ad arrivare al welfare di comunità. Il focus quest’anno evidenzia come le imprese con un welfare più evoluto ottengono performance di produttività decisamente superiori alla media. Nel 2021 l’utile sul fatturato delle aziende con livello di welfare molto alto è stato doppio rispetto a quello delle aziende a livello base: 6,7% contro 3,7 per cento. E altrettanto grande è risultato il divario nel Mol (Margine Operativo Lordo) pro capite che misura la produttività per singolo addetto.
- Vigilanza. Secondo Consob gli intermediari migliorano la profilazione